Le Metamorfosi
« Mi è capitata la straordinaria avventura di potermi preferire altro. »
La sottigliezza delle parole di Robert Antelme mi commuove e risuona nel mio intimo. Mi volto indietro e misuro la distanza tra me e me stessa.
Da giovane, volevo essere autrice, creatrice di me stessa e dei miei giorni. A vent’anni avevo segretamente aderito a un gioco: quello dell’estetica dell’esistenza. Lo scopo era inventare la mia vita come manifestazione del mio pensiero, creare me stessa non per orgoglio, credevo, ma per un’esigenza di verità.
Volevo essere soggetto: concepire e volere, conservare sempre il sentimento del mio essere, possedermi e tenermi saldamente stretta alla mia libertà.
Non conoscevo ancora il grande salto nel vuoto di Sartre, né l’esistenzialismo, ma trovavo vile accampare scuse per quelle passioni che, dentro di noi, contraddicono i nostri progetti. Mi sono dunque esercitata a ignorare i miei freni e a mollare gli ormeggi. Non conoscevo ancora Deleuze, eppure disprezzavo silenziosamente la psicoanalisi, che ci mantiene in un debito infinito nei confronti dell’infanzia e, dunque, del passato. Io volevo andare avanti, non soffermarmi sulle mie paure, concepire la mia vita come un territorio vergine da inventare.
Gli anni sono passati e ho scoperto il paradosso di questa ambizione giovanile, di questa candida illusione.
Mi sono soffermata su quell’«io» che voleva creare se stesso in modo indipendente e sovrano. L’ho scoperto tirannico.
Che cosa posso davvero chiamare «mio», quando il mio corpo mi è stato dato, quando il mio respiro non dipende da me, quando gli incontri sfuggono ai miei calcoli e persino i miei pensieri sorgono in me prima che io possa sceglierli?
È proprio qui che risuona la frase di Robert Antelme, in questo spazio preciso in cui il mio «io» aristotelico si incrina e lascia affiorare una sublime e vertiginosa voragine: si può diventare altro da sé?
La sua formulazione è straordinaria perché capovolge la logica originaria: «Voglio creare me stessa come altra» diventa «Mi è capitata la straordinaria avventura di potermi preferire altro».
Ci rendiamo conto che l’alterazione di sé non è il risultato di un progetto volontario. Accade, semplicemente… e spesso attraverso le prove della vita.
E così, di fronte all’incessante divenire delle cose, continuo a interrogarmi sul cambiamento.
In quell’evoluzione consapevole che mi sta tanto a cuore, quale parte della metamorfosi decidiamo di intraprendere e quale, invece, appartiene a una forza sovrana, sotterranea, ineluttabile e silenziosa, quella che non attende il nostro consenso per compiere la propria opera?
Non possiamo che constatare che ciò che si produce instancabilmente sotto i nostri occhi, ciò che è effettivo e manifesto, non si vede.
Mentre cresciamo, non vediamo crescere gli alberi né i nostri figli; non vediamo nemmeno maturare il grano. Un giorno, semplicemente, restiamo stupiti di fronte alle loro metamorfosi.
Allo stesso modo, non vediamo i fiumi scavare il proprio letto, i ghiacciai sciogliersi né il mare divorare la riva. Eppure sono proprio queste le metamorfosi che abbiamo costantemente sotto gli occhi, quelle che ogni giorno modellano, consumano e levigano il paesaggio.
Questo processo manifesto del divenire, pur svolgendosi in piena luce davanti ai nostri occhi, rimane invisibile.
Poi, un bel giorno, ecco emergere una rivelazione, un’evidenza inconfutabile.
La trasformazione si impone, gridando la propria verità; il suo esito appare tanto più brutale quanto più silenziosamente si è compiuta. Nessun abbagliamento, nessuna improvvisa apparizione, nessun gesto teatrale; eppure, ciò che ovunque e in ogni momento si offre alla vista non viene mai davvero percepito.
Lo stesso accade nelle pieghe delle nostre geografie interiori.
Nel segreto della nostra coscienza, le metamorfosi si compiono. Questa constatazione mina il nostro ruolo di soggetti fin nel cuore stesso di ciò che sembra costituire la nostra più intima umanità, il nostro privilegio più esclusivo: i sentimenti.
Guardate quei due amanti che non si amano più. Ciò che un tempo non avrebbero neppure potuto immaginare è tuttavia realmente accaduto. Sotto il bagliore della rottura, è una metamorfosi che non ha mai smesso di operare. Dai primi silenzi ai primi evitamenti, giorno dopo giorno, l’erosione affettiva, simile a quella geologica, ha finito per far franare all’improvviso un intero tratto della scogliera.
Tutto ciò che nasce è condannato a deteriorarsi? In definitiva, non siamo che spettatori di un movimento indipendente da noi?
Impegnati nelle nostre scelte, convinti di essere soggetti e artefici delle nostre azioni, la nostra ragione sembra ingenuamente sorpresa di fronte a questo solenne richiamo all’ordine.
Curiosamente, l’alchimia dei profumi, metamorfica per eccellenza, ci permette di cogliere la complessità e la bellezza della trasformazione.
Dalla notte dei tempi, l’umanità ha perfezionato i procedimenti chimici e tecnici per estrarre i composti volatili e odorosi dalle materie prime vegetali, allo scopo di ottenere essenze e, successivamente, profumi.
Questi metodi invitano l’osservatore alla contemplazione.
Come trasformare per cogliere l’anima degli esseri e delle cose, o almeno per avvicinarvisi?
Nel caso dei fiori, non occorre forse acconsentire a sacrificare la bellezza del petalo etereo e la grazia dello stelo per racchiudere l’incanto del profumo?
Ma l’osservatore, amante e saggio, annuisce distrattamente; la sua attenzione è già altrove, la sua coscienza si fa leggera come un soffio. Ascolta la promessa eterna del fiore selvatico. Non ha bisogno di opporre resistenza per esistere: è programmato fisicamente per un eterno ricominciare.
Gli torna allora alla mente una frase di August Strindberg, in Inferno, a proposito dei suoi esseri di bellezza:
«Questi morti viventi, che conducono un’esistenza sedentaria, senza opporre resistenza a un attacco, che preferiscono subire piuttosto che fare del male, che simulano gli amori carnali, si moltiplicano senza lottare e muoiono senza lamentarsi. Esseri superiori, che hanno realizzato il sogno del Buddha: non desiderare nulla, sopportare tutto, assorbirsi in se stessi fino all’incoscienza deliberata».
Aveva ricevuto l’inafferrabile profumo e cessò immediatamente di avere la «pretesa di agire».
Majda Bekkali

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